John Lasseter, Ed Catmull, Steve Jobs ed Alvy ray Smith sono i fondatori della Pixar. Il loro progetto è quello di sfruttare le nuove tecnologie per conferire una rinnovata dignità all’animazione. Lasseter intuisce infatti che il computer può consentire, come mai prima d’ora, di dare vita a immagini del tutto convincenti e credibili attraverso le quali, mantenendo la libertà immaginativa dell’animazione, si potranno raccontare storie profondamente innestate nello spirito del tempo e soprattutto capaci di essere attraenti per diverse fasce d’età e in diversi paesi, diventando universali e mainstream.

Le storie e i personaggi della Pixar rispecchiano problematicamente le condizioni e i contesti sociali economici e produttivi in cui nascono, ciò significa che i tanto ammirati esiti narrativi dello studio non sono mai stati innocenti, ovvero privi di una visione politica. La pixar ha sempre reso pubblico il privato, facendone un luogo parafilosofico e politico di riflessione, ora virato verso tinte liberal, ora più conservatrici, il più delle volte mescolando le une e le altre in un unico mix ideologico la cui forza e ragion d’essere pervade proprio dalla capacità tutta americana di tenere insieme gli opposti.

Vi sono opere che maggiormente si prestano ad una lettura politica come ad esempio “a bug’s life”, un film che, forzando la lettura ideologica, con quella sua suggestiva messa in scena della forza dell’azione collettiva dal basso contro l’esercizio del potere dei più forti.image_b39c787a

Ne “Gli incredibili” John Lasseter ha parlato di un film tematicamente ispirato a Nelson Mandela, il quale dichiarava “ che non bisogna essere gelosi di coloro che hanno un talento particolare, piuttosto bisogna incoraggiarli in modo che possano farci da guida”.

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E’ il primo “Cars”, l’opera che lasseter sente più sua. Non a caso infatti è la più yankee fra quelle realizzate dalla pixar, incardinata com’è su alcuni dei principali aspetti dell’american myth quali l’automobile, il viaggio, il paesaggio, la provincia e, come filo rosso che letteralmente li unisce, la leggendaria route 66.

“Inside out” è l’opera della pixar in cui più esplicitamente vengono raffigurati veri e propri archetipi capaci di ricondurre alle componenti e ai meccanismi più profondi dell’animo umano.

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Nel film “Coco” il protagonista è per la prima volta nella filmografia della pixar, un bambino dalla pelle olivastra e dai tratti latini. Colpisce dunque l’orizzonte geografico e soprattutto culturale in cui la pixar decide questa volta di ambientare la propria storia. È chiaro che in un momento di riaccensione delle tensioni razziali quale quello attraversato dalla nuova america di Trump, una scelta come questa, soprattutto se compiuta da una delle principali industrie produttrici di immaginario globale, si carica di un significato simbolico particolarmente rilevante.

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Il mio film preferito della Pixar è  “Up!” Soprattutto la sequenza in cui si narra il percorso di Carl ed Ellie partendo dall’infanzia sino ad arrivare alla morte di lei è di quelle che si fanno ricordare per la divertita sensibilità con cui è costruita. Le citazioni cinematografiche non mancano (a partire dalla somiglianza del protagonista anziano con Spencer Tracy per finire con il vecchio Muntz che ricorda Vincent Price passando per echi spielberghhiani) ma non hanno la pesante insistenza che si può rinvenire in altri film di animazione. Perché questo è un film leggero. Leggero su temi ponderosi come quello dell’invecchiare da soli, dei sogni non realizzati, della memoria viva di chi ci ha lasciati, del rapporto giovani/anziani. Un film leggero come quei palloni che portano magrittianamente nei cieli un’intera casa liberandola da un mondo incapace di comprendere i sogni.

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E a voi qual è il vostro film Pixar preferito?

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