“In ricordo di coloro che sono stati genitori: David Jones e Marion Skene”

Protagonista Alexander Skarsgård nel ruolo di un barman muto che cerca la donna che ama nella Berlino del 2052. La pellicola di Duncan Jones è disponibile su Netflix dallo scorso 23 febbraio. Mute è stato definito dal regista il “seguito spirituale” del suo primo lungometraggio del 2008, Moon, una produzione indipendente che ha trionfato al Sundance, è stata acquistata dalla Sony ed è valsa a Jones un Bafta Award per il miglior debutto di un regista inglese.

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Mute è la storia di Leo (Skarsgård) che all’età di nove anni, a causa di un incidente, perde la capacità di parlare. Potrebbe essere sottoposto a un intervento per salvare la sua voce, ma i suoi genitori sono contrari alle operazioni chirurgiche. Leo quindi cresce sviluppando altre doti con le quali esprimersi: è molto bravo a disegnare e sa lavorare il legno. Ha una grande resistenza in apnea e porta sempre con sé un blocco di fogli sul quale scrive se qualcuno non capisce i suoi gesti. È un barman nel locale dove lavora anche la sua ragazza, Naadirah. Proprio la scomparsa improvvisa di lei metterà in moto l’azione, portando Leo ad avere a che fare con i criminali più pericolosi.

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La critica si divide tra il “disastro” e il “capolavoro”, In Italia ad esempio Vanity Fair parla di un’occasione sprecata, e in Gran Bretagna il Guardian usa nel titolo la parola “disastro”. Eppure un genio della fantascienza come William Gibson, uno degli inventori del cyberpunk, uno scrittore sempre in grado di vedere il futuro prima degli altri, confessa di esserci finito dentro, e di esserne stato deliziato. Io la penso esattamente come Gibson, è un bellissimo noir – scifi nel segno di “Blade Runner”. I personaggi sono scritti bene, le scenografie sono stupende, e il tema fondante, quello dell’incomunicabilità arriva, come in rari film, a toccare nel profondo lo spettatore.

 

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VOTO : 8

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