“The Square” film di Ruben Ostlund, vincitore della Palma d’oro al Festival di Cannes, è candidato all’Oscar come miglior film straniero. Uscito in Italia, ovviamente trascurato dal grande pubblico, nel periodo prima delle festività natalizie. The Square è un film molto complesso, per farne una recensione completa ed esaustiva bisognerebbe dedicare una vita allo studio dell’arte contemporanea, io ci proverò lo stesso, mio malgrado, a scrivere due righe al riguardo.

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Quella del nuovo film di Ruben Östlund non è una piazza. No, The Square è proprio un quadrato.
O meglio: è il nome di un’opera che il protagonista del film – Christian, curatore di un museo d’arte moderna e contemporanea di Stoccolma – acquista grazie a i soldi di una donazione.
Un’opera che poi non è altro che il perimetro di un quadrato piazzato a terra, con una targa che recita: “Il Quadrato è un santuario di fiducia e altruismo. Al suo interno tutti dividiamo gli stessi diritti e doveri.”

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Questa cosa un po’ ovvia (perché, e il punto è quello, il Quadrato dovrebbe comprendere ogni luogo), unita al ritratto di Christian – che da subito viene raccontato come un bambinone vanesio e donnaiolo, capace di riempirsi la bocca di tante parole astruse e vuote – potrebbe far pensare che il bersaglio di Östlund siano le tante piccole e grandi contraddizioni e ipocrisie del mondo dell’arte.
Ma lo svedese mira in realtà molto più in alto, partendo da lì per raccontare coi toni della commedia ovattata e satirica sì contraddizioni e ipocrisie, ma quelle della società tutta.

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Non possiamo certo giudicare unʼopera dʼarte contemporanea sulla base della sua bellezza estetica. Se così fosse, dovremmo liquidare come spazzatura, ad esempio, il Cadeau di Man Ray (1921) o la Brillo Box di Andy Warhol (1964). In questi casi ciò che conta, infatti, non è tanto o solamente lʼoggetto esposto in sé, quanto il significato che lʼartista gli attribuisce, il concetto attorno al quale ruota il suo lavoro. Il film mette in evidenza proprio le ipocrisie e le contraddizioni del business che regola, talvolta con cinismo, questo universo. Molte vicende della pellicola sono infatti ambientate in un museo dʼarte contemporanea di Stoccolma, le cui opere, però, non risultano essere così interessanti come lʼaffabile curatore Christian vorrebbe farle apparire. Il regista si prende gioco di questʼultimo in più occasioni, ad esempio quando lʼuomo, durante unʼintervista, tenta di decantare la carica “innovativa” delle opere del museo; tuttavia, i suoi discorsi a volte tanto sofisticati quanto, a ben vedere, vuoti, e il suo atteggiamento a tratti impacciato finiscono per rendere ulteriormente goffa agli occhi dello spettatore la “complessità” dei lavori in esposizione. La maggior parte dei quali altro non fanno che scimmiottare i risultati di alcuni importanti movimenti artistici del Novecento. Il cineasta si sofferma in particolare su una sorta di installazione, che consiste in una serie di piccoli coni di polvere posti uno accanto allʼaltro di fronte a un muro sul quale troneggia una scritta al neon, “You have nothing”, quasi un triste epigono di alcuni capolavori dellʼArte povera: quando, ad esempio, una delle dipendenti del museo vieta a un visitatore di fotografare i cumuli di polvere, con un amaro sorriso Östlund sembra spingerci a domandarci per quale motivo quellʼuomo voglia avere un ricordo di unʼopera così poco significativa. La prima delle varie, possibili risposte è chiara: perché questa si trova allʼinterno di un prestigioso museo. E, allora, ci accorgiamo di quanto quello di Duchamp sia uno “spettro” che, ancora oggi, continua a rivelarsi fondamentale.

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A impressionare nel film è  una diffusa indifferenza nei confronti dei più deboli (al limite della ferocia), segno, secondo lo stesso regista, di una perversa diffidenza e insicurezza che, soprattutto a causa della crisi economica mondiale, si fanno sempre più strada persino in un paese avanzato come la Svezia. Una disumanità che Östlund evoca abilmente anche attraverso alcune opere del museo, come unʼinstallazione che consiste in una sala scura, sul fondo della quale si impone un grande schermo acceso in cui un uomo, con sguardo animalesco, lancia minacciose occhiate in direzione dei visitatori: una visione che rimanda, appunto, allʼ“umana bestialità” che caratterizza numerose sequenze della pellicola.

The Square è una delle sceneggiature più complesse proiettate in questi ultimi anni e merita a parer mio il premio Oscar, vedremo se l’Accademy mi darà ragione.

 

DA VEDERE ASSOLUTAMENTE

VOTO 9

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