FIRST TEAM: JUVENTUS – PARTE 2 IN ARRIVO

ARTICOLO DI SILVESTRO IANDOLO

Domenica 22 Aprile 2018 ore 20.45, Allianz Stadium di Torino. Con ogni probabilità sarà qui che si deciderà la stagione della Juventus Football Club, nel big match contro la S.S.C. Napoli, diretta concorrente al titolo dei bianconeri.
La sfida di domani darà importanti indicazioni su chi vincerà la Serie A 2017/2018, campionato di calcio che vede appunto la squadra torinese viaggiare a quattro lunghezze di distanza dai rivali partenopei, disposti a giocarsi le ultime chance-Scudetto in una partita che si preannuncia ricca di emozioni, data la posta in palio.
Le tappe che separano i tifosi juventini dal Gran Finale di stagione (sarebbe il settimo Scudetto consecutivo), rimarrebbero quattro: le due prestigiose sfide in trasferta con Roma e Inter, alternate alle due sfide casalinghe con Bologna ed Hellas Verona, ultimo match stagionale del 20 Maggio, che sarà preceduto dalla finale di Tim Cup da disputarsi il 9 Maggio, nella splendida cornice dello Stadio Olimpico di Roma contro l’A.C. Milan di capitan Bonucci.

Archiviati tutti gli impegni della propria squadra sul campo, ai tifosi bianconeri non resterà altro da fare che godersi gli eventuali successi maturati nel corso di questo finale di stagione e proiettarsi alla prossima, perché alla Juventus non si è mai soddisfatti, tanto è vero che il motto della storica società recita: “Vincere non è importante, è l’unica cosa che conta”, horeso l’idea?

Quello che renderà speciale la stagione 2017/2018 però, come già precedentemente spiegato in questo nostro articolo, è l’iniziativa da parte di Netflix, che ha scelto proprio la Juventus per produrre la prima docu-serie di una società sportiva mai realizzata prima. I primi tre episodi sono già disponibili sul catalogo a partire dallo scorso 16 Febbraio e raccontano aneddoti e particolari della vita privata di alcuni calciatori bianconeri, tra cui Buffon, Marchisio, Pjanic, Bernardeschi, Rugani, Higuain, proprio nell’anno in cui il Capitano vivrà, presumibilmente, la sua ultima annata da giocatore di calcio e bandiera del Club.
I restanti tre episodi saranno distribuiti in tutto il mondo durante l’Estate e non è stata ancora comunicata una data d’uscita ufficiale, ma le prime  voci indicano il periodo di tempo che precede i Mondiali di Calcio di Russia 2018 (dal 1 al 13 Giugno, ndr), come periodo ideale per lanciare le puntate conclusive del progetto.
Altre, sostengono che in realtà verranno distribuiti dopo i Mondiali, che ricordiamo, termineranno il 15 Luglio.
Chissà se le telecamere di Netflix riusciranno a raccontarci ulteriori curiosità sul tormentato post-partita del match di Champion’s League del Bernabeu contro il Real Madrid, che tanto ha fatto discutere soprattutto dopo le cocenti dichiarazioni del Capitano Gianluigi Buffon!
Nell’attesa, non rimane altro che attendere i verdetti del campo.

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“La casa di carta” tutto perfetto, tranne un dettaglio. Una mossa semplice e banale che bastava alla polizia per far finire la serie molto prima.

“La casa di carta” è una serie televisiva spagnola ideata da Álex Pina e trasmessa da Antena 3 dal 2 maggio 2017 al 23 novembre dello stesso anno. La serie televisiva è a finale chiuso e composta da una sola stagione che è stata divisa in due parti.

Nella serie tutto è perfetto, tutto è studiato nel dettaglio dal Professore, tranne un dettaglio. Una mossa semplice e banale che bastava alla polizia per far finire la serie alla 1a puntata.

Sapete qual è?

Di solito se dovessero capitare cose del genere, quindi rapine con ostaggi, la polizia per prima cosa isola la zona da internet (quindi cellulari e tutti i mezzi di comunicazione) e cosa fondamentale, stacca la corrente!!!!

Esattamente, pensateci amici, se la polizia avesse staccato la corrente, i nostri eroi non avrebbero potuto stampare banconote, aprire il caveau , e trapanare il muro per scavare il tunnel. Insomma nella vita reale, tutto ciò non sarebbe stato possibile, sembra una cosa ovvia ma in realtà non lo è. Chi ha visto la serie ha notato come il Professore avesse studiato tutto nel dettaglio e mentre vedi la serie pensi “questo è un genio” ma ora che sai questo dettaglio sai che sarebbe finito tutto il primo giorno.

Ciò non toglie però niente ad una serie che è costruita, quasi, alla perfezione.

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“A QUIET PLACE” il silenzio come metafora sull’incomunicabilità.

ARTICOLO DI : ALESSANDRO PAP

Siamo nel futuro.

Una razza aliena ha invaso la Terra. Predatori  letali, indistruttibili, ma ciechi, hanno decimato  la razza umana grazie al loro udito ipersviluppato che gli permette di ghermire le prede al minimo rumore. L’unica speranza, il silenzio, evitare qualsiasi rumore. Un piccolo prologo ci presenta i protagonisti, la famiglia Abbot, madre padre e tre figli piccoli, che si muovono tra lande desolate alla ricerca del necessario per sopravvivere, aiutati dal fatto del saper comunicare tramite il linguaggio dei segni per via della sordità della figlia piccola. Una tragedia segna il loro percorso, segnando irrimediabilmente la loro vita.

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Li ritroviamo 472 giorni dopo, alle prese ancora con la sopravvivenza, con un piccolo problema in più: la signora Abbot, la bellissima Emily Blunt, è incinta, ed è vicina al giorno del parto, cosa ovviamente pericolosa data la situazione. Da qui in avanti, una serie di incidenti porteranno i protagonisti in un’escalation di pericoli a cui dovranno far fronte per salvarsi.

“A quiet place” è un classico film horror, che però prende il tema del silenzio e ne dà due letture particolari. Da un lato lo estremizza nella classica sfaccettattura dei film horror : qui non ci sono nemici da cui nascondersi e non farsi trovare, qui il silenzio deve essere parte della tua vita, parte dei gesti quotidiani più banali, il pericolo non si vede, ma c’è, è sempre presente, e al minimo rumore, al minimo sussulto, la tua vita può giungere al termine . Lo spettatore entra nel clima dalle prime battute ,la tensione lo accompagna per tutta la durata ed è un crescendo fino alle battute finali.  Ma non è solo questo.

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Il silenzio in questo film è anche una metafora sull’incomunicabilità genitoriale, sull’amore per i propri parenti e sul non riuscire ad esprimere il bene che vogliamo, o la rabbia che abbiamo dentro.

“Noi cosa siamo, se non li proteggiamo” recita la madre in uno dei pochi momenti parlati, riferendosi ai propri figli.

Forse può essere una frase scontata, ma il rapporto dei vari componenti della famiglia durante il film riesce anche a commuovere, dando una accezione particolare a questo horror. In più il fatto che tutte le emozioni siano portate a noi tramite il linguaggio del corpo, ma soprattutto del viso, rende il tutto veramente peculiare, grazie soprattutto alla performance degli attori.

Su questi, non si può non citare la fantastica Emily Blunt: la sua espressività potrebbe reggere in piedi qualsiasi film, e qui la ritroviamo ai livelli de “La ragazza del treno” , la sua grandezza attoriale è sicuramente uno dei motivi per cui questo film andrebbe visto anche a dispetto del genere.

“A quiet place” può essere quindi quello che nel genere viene definito una chicca, un horror con varie sfaccettature che lo rendono molto particolare e interessante, non il solito “corri e nasconditi o verrai ucciso”

Consiglio speciale

Se decideste di andare a vederlo cercate orari in cui la sala è meno gremita, soprattutto se odiate gli sgranocchiatori seriali e gente che a cinema viene per fare chiacchiere (ma poi perché vengono a cinema?) Il film come si  può capire dalla trama è molto silenzioso, quindi il suono provocato dallo sgranocchiare di cipster e dalle ciarle degli altri avventori potrebbe risultare un frastuono, e trasformare voi in delle creature assetate di sangue!! argh

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IL SAPORE DEL SUCCESSO

ARTICOLO DI SILVESTRO IANDOLO

Parigi, Londra, Roma, Berlino, New York? Non ha importanza.
Burnt (titolo originale del film, ndr) è ambientato nell’unico, esigente, luogo in cui non conta la lingua parlata, ma la maestria e la reattività: LA CUCINA.
In cucina colui che detta legge e coordina in maniera quasi ossessiva lo svolgimento dei lavori è, indiscutibilmente, la figura autoritaria e prestigiosa dello CHEF.

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Nel film di John Wells, questa figura tanto essenziale quanto controversa, è ricoperta da un apprezzabile Bradley Cooper nei panni di Adam Jones, rinomato chef stellato che, in seguito al fallimento del suo ristorante a Parigi, decide di trascorrere il suo esilio di tre anni a New Orleans, con l’obiettivo-penitenza di sgusciare un milione di ostriche. La vicenda del film ruota tutta intorno allo spirito di rivalsa del protagonista nel voler riemergere dall’inferno in cui è sprofondato, pertanto Adam decide di ritornare in Europa, a Londra questa volta, per cercare di aggiungere un’altra stella Michelin alle due già ottenute in passato e per farlo ingaggia, attraverso un personalissimo casting, una squadra di talentuosi cuochi tra cui figurano Sienna Miller (Helene), Omar Sy (Michel) e il nostro Riccardo Scamarcio (Max). Completano il cast Daniel Brühl (Tony), proprietario del nuovo ristorante, Uma Thurman (Simone), Alicia Vikander (Anne Marie). I ritmi del film sono frenetici e questo non stupisce, quello che stupisce è vedere per l’ennesima volta i soliti luoghi comuni sul mondo della cucina, che fanno del film di Wells ordinaria amministrazione, non di certo una novità.

Nota dolente: disporre di un cast di quelle proporzioni e non riuscire a sfruttarlo al meglio.
Nota positiva:  il film rende chiara l’idea di come sia importante la forza di un team per cercare di raggiungere in maniera concreta un obiettivo.
Visibile gratuitamente: RaiPlay
Visibile a pagamento: Infinity (a noleggio)

VOTO COMPLESSIVO: 6,5 – sufficienza abbondante per un film che, sicuramente, non vi farà pentire di aver impiegato parte del vostro preziosissimo tempo per vederlo.