I nuovi film aggiunti su Netflix

Netflix ha aggiunto nuove pellicole al suo catalogo tra queste due grandi capolavori (Eva contro Eva – Mulholland Drive). Vi ricordo che i film non restano per sempre sulla piattaforma quindi non fateveli scappare!

Eva contro Eva

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Eva Harrington desidera farsi un nome nel mondo del teatro. Si conquista la fiducia di una grande attrice, Margo Channing, che però si ingelosisce quando le arriva voce del talento della sua protetta. Un giorno, Eva sostituisce Margo in una serata e ottiene uno straordinario successo: è nata una nuova stella, ma c’è già qualcuno che cerca di fare al lei ciò che lei ha fatto a Margo.

Una descrizione impietosa del mondo del teatro, metafora dei rapporti sociali; una messa in scena raffinata e un’interpretazione d’alta classe: Mankiewicz ai massimi livelli. Sei Oscar (film, regia, sceneggiatura, costumi, George Sanders attore non protagonista, suono), premio speciale della giuria e Palma d’oro per la migliore attrice (Bette Davis) a Cannes. Omaggiato da Almodòvar in “Tutto su mia madre”.

Hannibal

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È tornato Hannibal Lecter. Al romanzo – film di Thomas Harris e Jonathan Demme, “Il silenzio degli innocenti”, era seguito, È tornato Hannibal Lecter. Al romanzo – film di Thomas Harris e Jonathan Demme, “Il silenzio degli innocenti”, era seguito, nel settembre del ’99 il sequel Hannibal, diventato puntualmente film. Hannibal è fuggito e si nasconde a Firenze, è diventato il professor Fell, un colto bibliofilo. Su di lui c’è una taglia di tre milioni di dollari, messa privatamente da una sua antica vittima, orrendamente sfigurata (Oldman). La didascalia di lancio americana era “quanto tempo può nascondersi un uomo prima di tornare a fare ciò che meglio gli riesce?”. E Hannibal non resiste poi tanto. Di lui già sospetta l’ispettore Pazzi (Giannini) che ha bisogno di soldi e poi riappare la famosa agente FBI Clarice, che non è più Jodie Foster ma Julianne Moore. Sarà proprio la memoria del rapporto competitivo-morboso da parte di entrambi, Hannibal e Clarice, la chiave di volta della soluzione, se così vogliamo chiamarla. I valori aggiunti di questa produzione sono certamente la location – i vari centri artistici, il ponte vecchio – la maggiore energia figurativa di Scott rispetto al più “intimista” predecessore, e perché no, il quanto di italianità con la bravura di Giannini e l’appeal di Francesca Neri nel ruolo di sua moglie. In sostanza Hannibal è un accurato prodotto da consumare. L’altro, Il silenzio degli innocenti, era un'”Opera” meritevole di tutti i riconoscimenti.

Il signore degli anelli: la compagnia dell’anello

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La grande saga tolkeniana ha finalmente raggiunto il grande pubblico. C’era stato in passato un film d’animazione che aveva deluso gli appassionati. Ma questa volta il bersaglio sembra centrato. Le vicende dello hobbit Frodo che con un gruppo di amici della sua razza e con altri compagni d’avventura si trova ad affrontare un’impresa che lo sovrasta, hanno trovato in Peter Jackson un interprete fedele ma non cieco. Questo è un film destinato non solo ha chi ha letto e riletto la trilogia e ne è un tenace sostenitore, ma a un pubblico che voglia godere di un film ad alto tasso di spettacolarità capace però di conservare ai protagonisti delle caratteristiche di ‘umanità’ che non li facciano sentire distanti. Basti pensare, a titolo di esempio, alla scena in cui Bilbo (un grande Ian Holm) sente il Male emergere nella sua personalità. Riesce a tradurre visivamente un conflitto tutto interiore e non è impresa facile. Al di là delle vicende avventurose e dei numerosi effetti speciali, provate ad osservare le scenografie. Che si tratti della Nuova Zelanda fotografata come un luogo magico (e ai nostri occhi lo è) o delle ricostruzioni elettroniche o in studio, la cura dei particolari e il lavoro sulla trasfigurazione di correnti artistiche ed architettoniche è di un’efficacia tale da fare degli ambienti dei protagonisti. Il che significa anche non tradire Tolkien che aveva realizzato, come è noto, mappe dettagliate dei luoghi in cui aveva ambientato le vicende fantastiche. Come era accaduto per Star Wars anche qui non possiamo fare altro che attendere il seguito, quasi certi che sarà all’altezza visto che, per la prima volta nella storia del cinema, i tre episodi sono stati girati insieme anche se vedranno la luce dei proiettori con la frequenza di uno all’anno.

La donna più assassinata del mondo

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Parigi, 1932. Il teatro Grand Guignol è sulla cresta dell’onda ma anche nell’occhio della bufera da parte di diversi cittadini che vorrebbero farlo chiudere. Le attrazioni proposte sul palcoscenico sono a tema horror, violente, e la recente serie di brutali uccisioni di giovani donne della zona, perlopiù prostitute, sembra esservi potenzialmente collegata.
Proprio per questo un giovane giornalista locale viene inviato dal suo direttore a osservare sul campo lo spettacolo, sold-out praticamente ogni sera: la star più apprezzata e osannata dello show è Paula Maxa, la quale ama ella stessa definirsi in prima persona La donna più assassinata del mondo.
La carismatica attrice, che ha un profondo e drammatico trauma nel suo passato, vorrebbe smettere prima o poi di recitare quello scomodo ruolo (vittima, giorno dopo giorno, di finte torture ed esecuzioni a sollazzo del pubblico pagante), anche per via di alcune lettere minatorie di un misterioso ammiratore che palesa la volontà di ucciderla nella realtà.

 

Il club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey

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Tratto dal romanzo epistolare di Mary Ann Shaffer e Annie Barrows, e diretto dal regista di Quatto matrimoni e un funerale Mike Newell, Il club del libro e della torta di bucce di patate di Guernsey prende le mosse da un momento particolare nella vita della giornalista Juliet Ashton (Lily James), diventata una firma molto popolare nel dopoguerra, alle prese con la promozione del suo ultimo romanzo. Tra i due inizia così un fitto scambio epistolare, culminato con la decisione di Juliet – presa contro la volontà del suo fidanzato, l’editore americano Mark Reynolds (Glen Powell) – di fare le valigie e andare a trovare l’uomo, che vive sull’isola di Guersney: la donna ha infatti scoperto che Dawsey fa parte di un club dal nome bizzarro, il “club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey”, che potrebbe darle lo spunto di cui è disperatamente in cerca per scrivere un nuovo romanzo. Giunta sull’isola, Juliet viene catapultata nel bizzarro mondo del club e dei suoi associati, persone che durante la guerra hanno fondato l’associazione come atto di resistenza all’occupazione nazista, e che continuano a mantenerla in vita conservando un forte spirito rivoluzionario. Eppure l’isola, e quel club di avidi lettori, nascondono più di un mistero: che fine ha fatto la fondatrice del club, Elizabeth McKenna, di cui nessuno ha voglia di parlare?

 

Mulholland Drive

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Mulholland Drive è una lunga e vecchia strada di Los Angeles: nasce nel deserto, attraversa i quartieri ricchi e finisce a strapiombo sulla costa di Malibù. Bisognerebbe ricordarsi di questa simbologia per cercare di dare un senso all’ultimo onirico ed enigmatico film di David Lynch. Quella che il regista stesso ha definito come “una semplice storia d’amore nella città dei sogni” è in realtà un intricato enigma sospeso tra allucinazione e realtà, con un tocco di nostalgia per il noir degli anni ’40 ed una aperta ostilità verso l’attuale star system. Rita è un’avvenente bruna sopravvissuta ad un incidente d’auto in seguito al quale ha però perso la memoria, Betty un’aspirante attrice di belle speranze che la ospita nel proprio appartamento e se ne innamora. Le due protagoniste cercano di far luce sull’amnesia di Rita, per scoprire che in realtà niente è come sembra… Film astratto, con una straordinaria potenza visiva, è nello stesso tempo affascinante e disturbante. Difficile trovare una chiave di lettura razionale. E difficile descriverlo. Seguendo il linguaggio dei sogni voluto dal regista, bisognerebbe limitarsi a viverne le emozioni.

 

Grace of Monaco

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La magia del set, i complimenti della troupe, l’ultimo ciak. È il 1956, Grace Kelly lascia l’America e lo studio dove ha finito di girare High Society per entrare davvero nell’alta società e in un altro mondo, sposando il principe Ranieri e ritirandosi a Monaco. Sei anni dopo, la favola deve fare i conti con la realtà di un matrimonio messo in crisi dagli impegni del principe, che allontanano sempre più i due coniugi, oltre che con la crisi del Principato stesso, minacciato di annessione dalla Francia di De Gaulle, in cerca di soldi rapidi per far fronte alle spese in Algeria. In questo delicato frangente, arriva, intrigante e sorniona come chi la porge, la proposta di Hitchcock di riportare Grace a Hollywood e farne la protagonista di Marnie. Nella terra che è simbolo di libertà, la principessa venuta da Filadelfia è costretta suo malgrado a scegliere, tra il richiamo dell’arte e della passione, da una parte, e quello della famiglia e della politica, dall’altra.
Se c’è una temperatura che questo film non raggiunge mai è quella del “ghiaccio bollente”, ossimoro creato da Sir Alfred proprio per quella musa bionda e algida, cui avrebbe tanto voluto far interpretare una cleptomane frigida, ma lei gli preferì un’altra scena e un altro glamour. E se Grace di Monaco non raggiunge la temperatura è anche perché, a differenza della sua protagonista, non sa scegliere: non opta per il tratto marcato del mélo ma nemmeno per quello leggero e romantico che aveva scolpito le vacanze romane della principessa Anna, scegliendo invece la strada della parabola dei grandi poteri che implicano grandi responsabilità, ma senza supereroi a giustificare gli eccessi.
Da cima a fondo, Olivier Dahan non si cura di mostrare quanto piuttosto di dimostrare. Dimostrare le capacità mimetiche di Nicole Kidman, dimostrare di conoscere la storia e dimostrare di saperla romanzare. Ma l’ansia della dimostrazione conduce dritta alla didascalia.
Ci sono tante piccole cose di pessimo gusto (basterebbero, in questo senso, le inquadrature finali) e ci sono pennellate ben assestate (Hitch che congeda Grace al telefono consigliandole di non tenersi troppo sull’orlo del fuoricampo, ma dice “the end of the frame” che in francese è “corniche”, parola che indica anche la strada panoramica della Costa Azzurra che le aveva fatto percorrere a gran velocità in Caccia al ladro e che le sarà tragicamente fatale). C’è l’idea chiave di far coincidere l’impegno matrimoniale con quello per lo Stato e per il popolo, e quella (più facile) di salvare in extremis il libero arbitrio della donna invitandola a prendere il suo ruolo di principessa come se fosse una parte da recitare. Soprattutto, però, c’è un tono senza fine monocorde, c’è la messa al bando dell’emozione, la riduzione del personaggio ad icona anziché il racconto del suo ingrandimento, e lo sforzo cui ci si deve sottoporre per immaginare ad ogni minuto la vera Grace dietro l’ingombrante Kidman.

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